Domenica 29 Luglio 2012 23:04
“In paese sanno tutti chi sono i mafiosi e chi non lo è, anche se evidentemente nessuno lo va a dichiarare”. Lei, però, come sua mamma Laura Chillura e sua nonna Maria Romanello, lo ha trovato il coraggio di parlare, un po’ per paura delle minacce un po’ per contribuire a fare luce sull’omicidio dello zio Pietro Chillura, che portò tanta sofferenza in famiglia.
Giusy Cannata, nipote del dipendente comunale affiliato a Cosa nostra e ucciso davanti al cimitero di Alessandria della Rocca il 7 agosto 2005 forse per aver detto no all’ordine del presunto boss locale di uccidere un’altra persona, non ha tenuto la bocca chiusa come era stato intimato a lei e ai suoi familiari attraverso minacce e intimidazioni. Così, l’anno scorso, il 15 gennaio 2011, non ha avuto nessun problema Giusy Cannata a rispondere ai magistrati impegnati nell’inchiesta “Alisciannira”, condotta dai carabinieri del Reparto operativo di Agrigento con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Le sue dichiarazioni hanno rafforzato il quadro indiziario nei confronti degli indagati. La donna, da piccola, ha vissuto fino a 8 anni a Torino, poi è tornata ad Alessandria della Rocca e nel 2008 si è trasferita di nuovo nel capoluogo piemontese con frequenti rientri a Palermo dove svolgeva supplenze di insegnamento. A domande degli inquirenti risponde: “Ero a Torino, il 26 giugno 2008, ricordo con precisione, quando, affacciandomi dal balcone di casa di un mio zio, notai, nell’appartamento di fronte, Giuseppe Innamorato, cognato di Domenico Ligammari (tra gli arrestati dell’operazione “Alisciannira”, ndr) che è noto a tutti in paese essere un mafioso, che mi fissò a lungo dal balcone in cui si trovava, distante una decina di metri da quello in cui mi trovavo io. Dopo avermi a lungo fissato negli occhi ha serrato le labbra in modo continuativo, con ciò chiaramente invitandomi a non parlare. Questa cosa mi ha sempre impressionato perché io ho sempre saputo, sin da bambina, che questo Innamorato era un mafioso di Alessandria della Rocca…”. Poi racconta ancora sul delitto dello zio: “Ricordo che quando venne ucciso mio zio Pietro Chillura, Felice Scaglione (tra gli indagati non colpiti da misura cautelare, ndr) era presente quando vennero a perquisire la casa di mio zio e non rivolse nei miei confronti nessuna parola di conforto e di condoglianze e neppure nei confronti di mia madre e di mia nonna. Era una statua di marmo e non ha detto nessuna parola”. Poi a proposito della cosca locale aggiunge: “A me risulta, per quello che ho sentito dire in famiglia e in paese, che i mafiosi di Alessandria della Rocca sono il predetto Domenico Ligammari, titolare di una tabaccheria, Gaetano Sedita, il figlio di questi Calogero Sedita, il nipote Nino Sedita, figlio di quello ucciso, Felice Scaglione e poi anche Stefano Canzoneri e Santino Pillitteri… Anche mi zio Pietro e mio nonno mi risulta che facevano parte dei mafiosi di Alessandria della Rocca in quanto l’ho sentivo dire ripetutamente in famiglia…”. Tra le dichiarazioni agli atti dell’inchiesta anche quelle del marito della donna Vincenzo Greco, del padre Antonino Cannata e della sorella più piccola Antonella Cannata. “A conclusione della disamina delle dichiarazioni rese dai più stretti congiunti dell’ucciso, Pietro Chillura, può senz’altro affermarsi – scrivono nell’ordinanza di custodia cautelare i magistrati della Dda di Palermo – che si tratta di dichiarazioni estremamente circostanziate, intrinsecamente plausibili, fra loro autonome ma al contempo fra loro coerenti, ovvero complementari. La Romanello e la Chillura e, quindi, le figlie, il marito ed il genero di quest’ultimo, hanno deciso di infrangere le regole dell’omertà offrendo un contributo di conoscenza che ha permesso di delineare le caratteristiche della visibilità, in un determinato territorio, di un gruppo di soggetti che tanti riconoscono come i titolari del potere mafioso”.