'Nuova Cupola', le mani dei boss sui trasporti tra Porto Empedocle e Lampedusa

Cronaca - Mafia

Imprenditori umiliati, vessati, intimiditi quando non si piegavano agli ordini di Cosa nostra. Senza il benestare della mafia a Porto Empedocle sembra che non si potesse lavorare in nessun settore e in qualcuno in particolare.

O  si era costretti a piegarsi a boss e gregari pagando il “pizzo” o in qualche maniera ci si doveva accordare. Con le buone o con le cattive. E i presunti mafiosi empedoclini a quanto pare non ci pensavano più di tanto a ricorrere alle manieri forti, senza pietà per nessuno in nome degli affari.

Attentati intimidatori col fuoco o anche senza, imposizioni di assunzioni di personale con la forza e con le minacce,  richieste estorsive di ogni tipo finalizzate ad ottenere il controllo del mercato degli autotrasporti tra Porto Empedocle e Lampedusa. Non solo sulla terra ferma ma  viaggiavano anche in mare attraversando il Canale di Sicilia gli affari illeciti della mafia agrigentina e in particolare del clan di Porto Empedocle capeggiato, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Palermo, dal nuovo presunto boss Fabrizio Messina, il rampollo della famiglia che ‘a Marina ha fatto il bello e cattivo tempo, tra scie di sangue e palate di soldi. Fino a due anni fa a tirare le fila c’era il boss Gerlandino Messina, ritenuto il numero due della mafia, secondo solo a Giuseppe Falsone. Poi, impegnati a controllare gli interessi nel mondo degli autotrasporti ci sarebbero stati, secondo quanto viene fuori dall’inchiesta “Nuova cupola”, Fabrizio Messina, Luca Cosentino, Pietro Capraro (classe ’85), Pietro Capraro (classe ’79), Vincenzo Capraro, Vincenzo Cacciatore, Gerlando Russo e Gaetano Licata.

Tutti insieme, in concorso, secondo gli inquirenti avrebbero posto in essere, ognuno nel proprio ruolo nel rispetto della gerarchia mafiosa, anche con condotte indipendenti tra loro, una sfilza di episodi criminosi a danno di vari imprenditori senza guardare in faccia a nessuno, per mettere le mani a tutti i costi sul fiorente  mercato degli autotrasporti tra Porto Empedocle e Lampedusa. Secondo quanto scrivono i magistrati della Direzione distrettuale antimafia palermitana nel fermo di indiziato di delitto avrebbero in particolare imposto l’assunzione nella “Mnr trasport e materiali edili srl” di Domenico Cucina di dipendenti vicini all’organizzazione quali Gaetano Capraro, Pietro Capraro (classe 72) e Gaetano Licata.

La cosca empedoclina avrebbe anche avanzato richieste estorsive ai familiari dell’imprenditore lampedusano Domenico Cucina minacciando pesantemente in più occasioni - tramite il dipendente Gaetano Licata e per conto della famiglia di Porto Empedocle - sia lui che il figlio Nicola fino a costringerli a chiudere gli uffici di Porto Empedocle.

Emergerebbe inoltre un ruolo attivo dello stesso Licata e di Luca Cosentino nella perpetrazione di furti e danneggiamenti ad automezzi nella disponibilità sempre di Domenico Cucina costretto alla fine a non incrementare il proprio giro d’affari nel settore dei trasporti da e per l’isola di Lampedusa ed anzi costringendolo a rifiutare commesse.

Intimidazioni anche nei confronti della ditta “Forza trasporti” di Villaseta per indurre Antonietta Forza, legale rappresentante, ad avvalersi delle sue prestazioni e dei suoi mezzi per effettuare trasporti su Lampedusa e quindi per limitare il giro d’affari della stessa impresa.

Capraro e Cosentino avrebbero compiuto intimidazioni anche contro la “Asec srl” di Giuseppe e Roberto De Francisci “colpevoli” di avere affidato l’esclusiva dei trasporti sulle Pelagie alla ditta “Forza trasporti” e non a persone legate all’organizzazione mafiosa.

In questo scenario Gerlando Russo avrebbe minacciato i dipendenti della società cooperativa “Nicc”, affinchè si astenessero dall’effettuare trasporti sull’isola in subappalto.